Dispositivi di protezione

Indumenti da lavoro: cosa garantisce la norma generale EN ISO 13688

Indumenti da lavoro e norma EN ISO 13688: requisiti generali, etichetta, categorie DPI, monouso o riutilizzabili, lavaggi e dotazione per reparto.

Pubblicato il aggiornato il 16 min di letturadi initpc

Indumenti da lavoro: cosa garantisce la norma generale EN ISO 13688

In breve: la EN ISO 13688 è la norma che ogni indumento di protezione deve rispettare prima di qualsiasi prestazione specifica. Non dice se un capo protegge dalla fiamma o dal freddo: stabilisce che sia ergonomico e innocuo, che la taglia corrisponda a misure dichiarate, che regga l'invecchiamento e la pulizia dichiarati, che sia compatibile con gli altri dispositivi indossati e che riporti marcatura e istruzioni comprensibili. Si legge sempre insieme a una norma specifica (alta visibilità, chimico, calore, pioggia). L'edizione italiana in vigore è la UNI EN ISO 13688:2022, che dal 27 gennaio 2022 ha sostituito la 13688:2013. Sotto trovi come si legge l'etichetta, quali norme si affiancano, cosa cambia fra categoria I, II e III e quale dotazione serve reparto per reparto.

Questa guida fa parte del cluster sui dispositivi di protezione individuale (DPI): il quadro degli obblighi è nella guida la sicurezza nell'ambiente lavorativo, le classi dei capi visibili nella guida alta visibilità: le classi della EN ISO 20471, tessuti e strati nella guida abbigliamento tecnico da lavoro e catarifrangente.

Cosa stabilisce la norma generale EN ISO 13688 sugli indumenti da lavoro?

La norma fissa i requisiti prestazionali generali degli indumenti di protezione: ergonomia, innocuità, designazione delle taglie, invecchiamento, compatibilità e marcatura, oltre alle informazioni che il fabbricante deve fornire insieme al capo. È una norma "orizzontale": si applica a tutti gli indumenti protettivi e va usata insieme alle norme che contengono i requisiti prestazionali specifici del rischio. Da sola non certifica alcuna protezione, ma la sua assenza dall'etichetta è il primo segnale che un capo non è un dispositivo di protezione individuale.

I sei requisiti, uno per uno

  • Ergonomia: il capo deve permettere i movimenti richiesti dal lavoro. Una tuta che impedisce di alzare le braccia sopra la testa non è conforme, anche se il tessuto protegge.
  • Innocuità: materiali, cuciture e accessori non devono nuocere a chi li indossa né rilasciare sostanze pericolose a contatto con la pelle. Rientrano qui il pH del tessuto, i coloranti e i metalli delle chiusure.
  • Designazione delle taglie: il fabbricante deve dichiarare le misure corporee (statura, torace, vita) corrispondenti a ogni taglia. È ciò che rende una "L" confrontabile fra due marche.
  • Invecchiamento: il capo deve conservare le prestazioni dopo i cicli di pulizia dichiarati; superato quel numero, il fabbricante non garantisce più nulla.
  • Compatibilità: l'indumento deve poter essere indossato insieme agli altri DPI previsti (elmetto, imbracatura, maschera) senza annullarne l'efficacia.
  • Marcatura e informazioni: etichetta permanente, pittogrammi, riferimenti normativi e istruzioni scritte nella lingua del Paese in cui il capo è venduto.

Quale edizione è in vigore: dalla 2013 alla UNI EN ISO 13688:2022

La UNI EN ISO 13688:2013 è stata ritirata e sostituita: dal 27 gennaio 2022 l'edizione in vigore in Italia è la UNI EN ISO 13688:2022. Per chi compra cambia poco nella sostanza dei requisiti, ma cambia nei documenti: capitolati, ordini e valutazioni dei rischi che citano ancora l'edizione 2013 fanno riferimento a un testo ritirato. Quando si aggiorna il DVR o si rinnova una fornitura di vestiario conviene allineare la citazione, così come per l'alta visibilità si cita la UNI EN ISO 20471:2017 e non più la 2013.

Come si legge l'etichetta di un indumento da lavoro?

L'etichetta permanente di un indumento protettivo contiene sempre gli stessi elementi, nello stesso ordine: nome e indirizzo del fabbricante, identificazione del modello, marcatura CE (con il numero dell'organismo notificato se il capo è di categoria III), pittogrammi delle norme specifiche con i livelli o le classi ottenute, taglia secondo il sistema dichiarato, composizione del tessuto, simboli di manutenzione e, dove previsto, il numero massimo di cicli di lavaggio.

Il pittogramma è la parte che si legge in un secondo: la sagoma che indica il rischio, il numero della norma sotto, i livelli accanto. Un capo multinorma ne porta più di uno, per esempio saldatura e calore insieme. Se sull'etichetta compare solo un marchio commerciale, o diciture generiche come "resistente" o "professionale", il capo è abbigliamento da lavoro, non un DPI: può essere perfettamente adatto al lavoro, ma non copre un obbligo.

Cosa devono contenere le istruzioni del fabbricante

Insieme al capo devono arrivare le istruzioni scritte: significato dei pittogrammi e dei livelli, limiti d'uso, tabella delle taglie con le misure corporee, modalità di pulizia con temperature e cicli massimi, criteri per capire quando il capo va messo fuori servizio, condizioni di magazzinaggio e data di scadenza se prevista. Vanno conservate: in caso di ispezione sono la prova che il DPI è stato scelto e usato secondo le indicazioni, e sono l'unico documento che dice fino a quando quel capo protegge.

Quali norme specifiche si affiancano alla EN ISO 13688?

La norma generale non vive mai da sola. Questa tabella raccoglie le norme che si trovano più spesso accanto a lei sull'etichetta di un indumento da lavoro.

Norma Rischio coperto Cosa indica in etichetta Dove si usa tipicamente
EN ISO 20471 visibilità in presenza di traffico o mezzi classe 1, 2 o 3 magazzini, cantieri stradali, piazzali
EN 343 pioggia e vento due indici: impermeabilità e traspirabilità lavori all'aperto, logistica esterna
EN 14058 freddo moderato in ambienti non estremi classi per resistenza termica e permeabilità all'aria celle refrigerate, esterni invernali
EN 342 freddo intenso, insiemi completi isolamento termico dichiarato celle a temperatura negativa, catena del freddo
EN ISO 11612 calore e fiamma lettere A-F con livelli di prestazione fonderie, officine, manutenzione a caldo
EN ISO 11611 saldatura e procedimenti connessi classe 1 o 2 carpenteria, saldatura
EN 13034 (tipo 6) spruzzi limitati di prodotti chimici liquidi protezione parziale, esposizione breve pulizie industriali, agricoltura, laboratori
EN 14605 (tipi 3 e 4) getti e spray di liquidi chimici tenuta alle giunzioni bonifiche, verniciatura, chimico
EN ISO 13982-1 (tipo 5) particelle solide aerodisperse tenuta alle polveri edilizia, rimozione polveri, insaccamento
EN 14126 agenti biologici si somma ai tipi sopra sanità, disinfestazioni, laboratori
EN 1149-5 scariche elettrostatiche proprietà dissipative del tessuto atmosfere esplosive, elettronica

Un capo multinorma somma più pittogrammi perché è pensato per ambienti dove i rischi coesistono: nel catalogo initpc, per esempio, la tuta Bizweld di Portwest porta insieme i riferimenti a saldatura e calore. Non è automaticamente "meglio": è più pesante e più cara, e ha senso solo se i rischi che copre sono davvero presenti.

Categoria I, II o III: cosa cambia nella certificazione e quando un capo non è un DPI?

Il Regolamento (UE) 2016/425 classifica i dispositivi di protezione individuale in tre categorie di rischio crescente. La categoria I copre i rischi minimi (sporco, agenti atmosferici non estremi, contatto con prodotti di pulizia deboli) e il fabbricante autocertifica la conformità. La categoria II copre i rischi intermedi, la maggioranza degli indumenti da lavoro certificati, e richiede l'esame UE del tipo svolto da un organismo notificato. La categoria III copre i rischi che possono causare conseguenze gravissime o irreversibili — fra gli altri sostanze chimiche pericolose, agenti biologici nocivi, calore e fiamma, freddo estremo, cadute dall'alto, rumore nocivo — e aggiunge il controllo continuo della produzione: per questo accanto alla marcatura CE compare il numero a quattro cifre dell'organismo notificato. Quel numero è il controllo più rapido che si possa fare su un capo venduto come DPI di categoria III: se manca, qualcosa non torna.

Quando un indumento da lavoro non è un DPI

L'articolo 74 del decreto legislativo 81/2008 esclude dalla definizione di DPI gli indumenti di lavoro ordinari e le uniformi non specificamente destinati a proteggere la salute e la sicurezza. Camici da negozio, divise da sala, polo aziendali e pantaloni robusti da magazzino sono abbigliamento: utili contro sporco e usura, e spesso dovuti per contratto, ma non sostituiscono un DPI dove la valutazione dei rischi ne prevede uno. La distinzione conta anche per il portafoglio: i DPI li fornisce e li mantiene il datore di lavoro per obbligo di legge, il vestiario ordinario segue il contratto collettivo o gli accordi aziendali.

Perché la taglia giusta è un requisito di sicurezza e non di comfort?

Una taglia sbagliata annulla la protezione in tre modi concreti. Un capo troppo largo fa pieghe che coprono le bande rifrangenti, si impiglia negli organi in movimento e lascia aperture da cui entrano spruzzi e polveri. Un capo troppo stretto non si chiude, tira sulle cuciture e limita i movimenti, così chi lo indossa tende a slacciarlo. In entrambi i casi il capo non lavora come nel test di laboratorio, dove è indossato correttamente su un manichino della taglia prevista.

Per questo la norma generale chiede al fabbricante di dichiarare le misure corporee di ogni taglia e non solo la lettera. In pratica: si misurano statura, torace e vita della persona, si confronta con la tabella del fabbricante e si sceglie la taglia lì indicata, ricordando che sotto la tuta ci sarà spesso un altro strato. Far provare il capo prima dell'ordine grande è il modo più semplice per evitare una fornitura che resta in armadio.

Tute monouso o indumenti riutilizzabili: quale conviene?

Dipende da quanto spesso serve la protezione e da cosa la sporca. La tuta monouso conviene per interventi occasionali, per la protezione da polveri e spruzzi e in tutti i casi in cui il contaminante non si può lavare via: si indossa, si smaltisce, non richiede lavanderia. I materiali cambiano il risultato: il polipropilene non tessuto (PLP) è la soluzione economica per polveri e sporco, il Tyvek in polietilene ad alta densità regge meglio l'abrasione e le particelle fini, i materiali barriera come il Tychem coprono le protezioni chimiche più severe. Nel catalogo initpc si trovano tutte e tre le famiglie, dalla tuta PLP con cappuccio elastico alla Tyvek 800J fino alla Tychem 2000.

L'indumento riutilizzabile conviene quando la protezione serve ogni giorno: il costo si distribuisce sui cicli di lavaggio dichiarati e il comfort è superiore, ma richiede un ciclo di manutenzione controllato, perché un lavaggio sbagliato declassa il capo. La regola pratica: se il capo va indossato tutti i giorni per un turno intero, si sceglie il riutilizzabile e si organizza il lavaggio; se serve per un intervento ogni tanto, o se il contaminante è pericoloso, si sceglie il monouso e si smaltisce.

I tipi di protezione chimica, dal 3 al 6

Le tute contro gli agenti chimici sono classificate per "tipo", in ordine di tenuta decrescente: tipo 3 a tenuta di getto liquido, tipo 4 a tenuta di spray, tipo 5 contro le particelle solide aerodisperse, tipo 6 contro gli spruzzi limitati a bassa intensità. Una tuta tipo 5/6 copre polveri e schizzi occasionali, non un travaso di prodotto concentrato: per quello serve il tipo 3 o 4, con nastratura delle cuciture e guanti e maschera compatibili. La compatibilità fra tuta, guanti, maschera e stivali è proprio uno dei requisiti della norma generale: la protezione vale quanto il punto di giunzione più debole.

Quanti lavaggi regge un indumento certificato e chi deve lavarlo?

Il numero massimo di cicli di pulizia è dichiarato dal fabbricante nelle istruzioni e, dove previsto, in etichetta: è specifico del modello e non esiste un valore valido per tutti. Oltre quel limite le prestazioni non sono più garantite anche se il capo appare integro, perché il lavaggio consuma i trattamenti (idrorepellenza, antifiamma, fluorescenza) prima ancora del tessuto.

La manutenzione non è un affare del lavoratore: l'articolo 77 del decreto legislativo 81/2008 mette in capo al datore di lavoro il mantenimento in efficienza dei DPI, comprese pulizia, riparazione e sostituzione. Nella pratica questo significa scegliere fra lavanderia industriale con procedura dichiarata, lavaggio interno secondo le istruzioni del fabbricante o capo monouso. Portare a casa una tuta contaminata da polveri o agenti chimici non è solo un problema di prestazione: sposta il rischio in famiglia. In tutti e tre i casi conviene tenere una scheda per capo con data di consegna e numero di cicli: è la stessa scheda che serve a dimostrare la consegna documentata.

Quale dotazione per officina, magazzino, laboratorio, pulizie e alimentare?

Ambiente Capo di base Norme da cercare in etichetta Note pratiche
Officina meccanica, manutenzione pantalone e giacca in misto poliestere-cotone, tuta intera se si lavora sotto le macchine EN ISO 13688 più EN ISO 11612 se c'è calore o fiamma niente capi larghi vicino a organi rotanti
Magazzino e logistica pantalone tecnico più gilet o giacca visibile EN ISO 13688 più EN ISO 20471 classe 2 la classe serve dove circolano carrelli
Carpenteria e saldatura tuta o completo ignifugo EN ISO 11611 (classe 1 o 2) più EN ISO 11612 tessuto senza sintetici a contatto con la pelle
Laboratorio e chimico camice o tuta monouso secondo il prodotto trattato EN 13034 tipo 6, EN 14605 tipi 3 e 4, EN 14126 per il biologico verificare la compatibilità con guanti e occhiali
Pulizie e sanificazione camice o tuta leggera, grembiule impermeabile EN 13034 tipo 6 per gli spruzzi, categoria I per i detergenti deboli leggere la scheda di sicurezza del prodotto usato
Alimentare e catena del freddo camice o giacca bianca, capi per il freddo EN 14058 o EN 342 nelle celle, requisiti igienici del settore il capo del freddo va provato con lo strato sotto
Esterni, giardinaggio, strade pantalone robusto, giacca da pioggia, capo visibile EN 343 più EN ISO 20471 il capo antipioggia deve essere anche visibile, non coprire il gilet

Quanto costano gli indumenti da lavoro nel catalogo initpc?

Le fasce qui sotto vengono dal catalogo initpc, solo prodotti disponibili: danno l'ordine di grandezza, non sostituiscono il listino del giorno.

Tipo Prezzo più basso Prezzo tipico Fascia alta In stock Fascia
Tuta da lavoro 65,86 € 65,86 € 65,86 € 1 ███████████·
Tuta monouso 3,20 € 28,57 € 42,01 € 12 █████·······
Camice da lavoro 0,86 € 17,31 € 33,67 € 11 ███·········
Pantaloni da lavoro 24,85 € 56,40 € 73,90 € 6 █████████···

Prezzi del catalogo initpc rilevati a settembre 2026, solo prodotti disponibili; i listini cambiano nel tempo.

Tre cose spostano il prezzo: il numero di norme che il capo somma (un multinorma costa come due capi), il materiale barriera nelle tute monouso (dal polipropilene semplice ai laminati per il chimico c'è un ordine di grandezza) e la durata dichiarata in cicli di lavaggio. La fascia bassa delle tute monouso ha senso per polveri, traslochi e visitatori; per il chimico si guarda il tipo di protezione, non il prezzo. Sui capi riutilizzabili il conto da fare è costo diviso cicli di lavaggio, non prezzo d'acquisto.

Errori da evitare

  • Comprare in base alla foto: senza riferimento normativo in etichetta il capo è abbigliamento, non un DPI.
  • Ordinare taglie "abbondanti" per stare larghi: pieghe, impigliamenti e aperture riducono la protezione dichiarata.
  • Buttare le istruzioni del fabbricante: sono l'unico documento che dice limiti d'uso e cicli massimi.
  • Far lavare a casa i capi contaminati: la manutenzione è un obbligo del datore di lavoro e porta il rischio fuori dall'azienda.
  • Usare una tuta tipo 5/6 per un travaso di prodotto concentrato: serve il tipo 3 o 4, con giunzioni compatibili.
  • Mischiare marche in un insieme certificato: la compatibilità fra tuta, guanti e maschera va verificata, non presunta.

Glossario minimo

  • DPI: dispositivo di protezione individuale, attrezzatura destinata a proteggere da uno o più rischi.
  • Norma orizzontale: norma di requisiti generali, valida per tutta una famiglia di prodotti, da usare insieme a una norma specifica.
  • Categoria I, II, III: livelli di rischio del Regolamento (UE) 2016/425 che determinano il percorso di certificazione.
  • Organismo notificato: ente indipendente autorizzato a verificare la conformità; il suo numero segue la marcatura CE nei DPI di categoria III.
  • Multinorma: capo certificato contemporaneamente per più rischi, con più pittogrammi in etichetta.
  • Tipo 3, 4, 5, 6: livelli di tenuta delle tute contro gli agenti chimici, dal getto liquido allo spruzzo limitato.
  • PLP e Tyvek: materiali non tessuti usati per le tute monouso, con resistenza e barriera crescenti.

Domande frequenti

La EN ISO 13688 da sola certifica una protezione?

No: è la norma dei requisiti generali (ergonomia, innocuità, taglie, invecchiamento, compatibilità, marcatura) e accompagna sempre una norma specifica. Un capo che riporta solo la 13688 e nessun altro riferimento non dichiara alcuna prestazione protettiva particolare.

Come faccio a sapere se un capo è davvero certificato?

Si controlla l'etichetta permanente: marcatura CE, riferimento alla EN ISO 13688, pittogramma della norma specifica con la classe o il livello e, per i DPI di categoria III, il numero a quattro cifre dell'organismo notificato. Se il capo arriva senza istruzioni scritte nella lingua del Paese, manca un requisito.

Un capo multinorma è sempre meglio di uno con una sola certificazione?

No, dipende dai rischi reali: il multinorma serve dove più pericoli coesistono, ma è più pesante, più caldo e più costoso. Se il rischio in più non c'è, un capo mirato è più comodo e viene indossato davvero, che è la condizione perché protegga.

Chi paga gli indumenti da lavoro, l'azienda o il lavoratore?

Dipende da cosa sono: i DPI previsti dalla valutazione dei rischi li fornisce e li mantiene il datore di lavoro per obbligo di legge, e restano di proprietà dell'azienda. Le divise e l'abbigliamento ordinario non sono DPI e la loro fornitura segue il contratto collettivo o gli accordi aziendali.

Posso personalizzare i capi con il logo aziendale senza perdere la certificazione?

Sì, se la personalizzazione non altera le caratteristiche protettive e rispetta le istruzioni del fabbricante. Un ricamo in una zona neutra non crea problemi; una stampa sopra una banda rifrangente o su un tessuto ignifugo può invece far decadere la conformità: meglio farsi confermare per iscritto dal fornitore la posizione ammessa.

Ogni quanto vanno sostituiti gli indumenti da lavoro?

Dipende dai cicli di pulizia dichiarati e dall'usura reale: si sostituiscono al raggiungimento del numero di lavaggi indicato dal fabbricante oppure prima, se cuciture, chiusure, trattamenti o bande mostrano danni. Una scheda con data di consegna e cicli registrati rende la decisione verificabile invece che estemporanea.

Le tute monouso si possono usare più volte se sembrano pulite?

No, se sono state esposte al contaminante per cui sono state scelte: la barriera si consuma anche quando il capo appare integro, e riutilizzarla significa portarsi addosso ciò che si voleva tenere fuori. Per lavori ripetuti conviene un capo riutilizzabile con un ciclo di lavaggio controllato.

Per completare la dotazione: le calzature sono nella guida scarpe antinfortunistiche: classi S1-S7, i guanti nella guida guanti da lavoro EN 388, le protezioni per vie respiratorie e testa nella guida DPI: elmetti, occhiali e mascherine. Tute, camici, pantaloni e giacche da lavoro sono nella categoria dispositivi di protezione dello shop.

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Aggiornate il 9 set 2026

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